ESE RICEVE GIUSTIZIA: Il Ministero della Giustizia bacchettato dal TAR

Siamo un paese di creativi, si sa; e l’Italia ha inventato un criterio tutto suo. Si chiama territorialità. Il ragionamento è semplice. Vuoi dare una preparazione a tuo figlio di taglio internazionale? Perché no! L’importante, se vuoi che un giorno i suoi studi siano riconosciuti, è che questi si facciano fuori dall’Italia. Quest’assurdità, vera e propria aberrazione, è bastata da sola a tenere lontano i “temuti” atenei stranieri (ma gli europei sono “stranieri”?), a scongiurare la malaugurata apertura di College e Università in Italia.

La ESE è l’unica istituzione universitaria europea che ha sottolineato l’assurdità di un disegno autarchico, l’anacronistica illusione dell’università italiana di poter vivere in uno splendido (?) isolamento nel bel mezzo dell’era della globalizzazione, dell’abbattimento delle frontiere, della moneta unica. E, restare così com’è, obsoleta e immobile, in piena Età Digitale. La ESE è stata avversata dal MURST, il Ministero dell’Università, nume tutelare dello Status quo, con un’intensità senza precedenti. Sono innumerevoli i casi di studenti che negli anni hanno ricevuto dal MURST informazioni contrarie alla verità e lesive della reputazione della ESE, con lo scopo di scoraggiare e ricondurre nei recinti della formazione di stato chi voleva ottenere una laurea britannica, riconosciuta a livello europeo ed internazionale, e senza dover espatriare. La presenza di un College inglese che, in una realtà come quella italiana, prepara i suoi studenti e li inserisce, appena laureati, nelle carriere più qualificate, in Italia e nel mondo, è un confronto insostenibile. La nascita della ESE ha minacciato il quieto vivere di un sistema colpevolmente obsoleto. Un giorno bisognerà individuare i colpevoli del grave delitto di lasciare nel provincialismo intere generazioni di giovani, confinandoli in un mercato asfittico del lavoro come quello italiano, tra i più depressi d’Europa, A milioni di giovani è stato inflitto il supplizio di restare disoccupati pur essendo circondati dalle opportunità di un mercato di quattrocento milioni di abitanti, tra i più ricchi del mondo.

Che senso ha la “territorialità” in un’epoca come la nostra dove si può studiare a distanza, telematicamente? Che senso ha avversare un College inglese in Italia quando esistono prestigiose università virtuali  che non hanno sedi! La Open University, ad esempio, insegna e laurea giovani e meno giovani di tutto il mondo, senza che mettano piede un solo giorno sul territorio di Sua Maestà Britannica.

Premesso che sarebbe tempo di impostare finalmente alcuni cambiamenti di struttura, e che l’Italia è oramai rimasta tra i pochi paesi a mantenere il valore legale del titolo (negli altri è stato abolito da tempo), va detto subito che l’intera questione del valore legale è un falso problema. E anche se ancora vige in Italia un regime di valore legale del titolo, residuo di una mentalità da pubblica amministrazione, questo sopravvive oramai soltanto come requisito per l’ammissione all’esame di stato, limitatamente all’abilitazione all’esercizio delle professioni per le quali è previsto un albo professionale. Una laurea britannica BA with Hons (abbreviazione di Bachelor of Art with Honors) come quella conseguita dagli studenti ESE è titolo legittimo per lo svolgimento di qualunque attività ed è perfettamente equiparato alla laurea italiana.

La sentenza del TAR del Lazio porta una chiarezza esemplare: “Laddove il cittadino frequenti un istituto universitario straniero, avente sede in uno dei Paesi UE, potrà prescindersi dalla valutazione del suindicato presupposto (riconoscimento e valore legale del titolo di studio), atteso che la normativa comunitaria unicamente postula l’attitudine del titolo stesso a fondare presupposto per l’esercizio di una professione.” E’ questa l’unica circostanza alla quale la disciplina dettata dalla direttiva comunitaria e dal D.Lgs. 115 del 1992 subordina, con carattere di indiscutibile automaticità, il “riconoscimento” del titolo straniero nell’ambito dell’ordinamento italiano.

 La ESE ha affermato il suo diritto fin dal suo arrivo in Italia, nel 1994, ed è sempre stata certa che i suoi studenti avrebbero ottenuto l’automatico riconoscimento del loro titolo di Laurea in Italia. A cosa dovrebbe servire una laurea, l’università pubblica italiana l’ha dimenticato. La grandissima maggioranza dei giovani cerca nell’università la preparazione per l’accesso a un lavoro o a una professione. Ed è questa attesa che viene tradita attraverso programmi arcaici, docenti fantasma e nessuna relazione con le imprese e l’ambiente che attende gli studenti fuori dall’Università.

Gli studenti italiani provano a farsi sentire. C’è un grido di dolore che si leva da ogni parte d’Italia. Prendiamo un caso tra tanti, e neppure il più disastroso. In un’indagine fatta a Firenze dagli stessi studenti (Rapporto 2000) è risultata una solenne “bocciatura” di quell’Università dove il 70% ha dichiarato che vorrebbe studiare all’estero.

In tutto il mondo le università ricevono pagelle. Sarebbe il tempo di portare questa innovazione in Italia. Ancora a fine marzo Le Monde titolava: “L’Università soffre di mancanza di valutazione”. I professori rifiutano di essere valutati dai propri studenti. E’ come pensare di poter vivere per sempre fuori dal mondo. Quando un’università è troppo comoda per i professori vuol dire che è scomoda ed ingiusta per gli studenti. In mancanza di un “newsweek nostrano” che faccia gli esami alle università ed eventualmente ne bocci qualcuna, il nostro panorama accademico resta affollato di vetuste facoltà che dietro la facciata accademica nascondono la loro vera attività di fabbriche di disoccupazione intellettuale.

Il costo delle università pubbliche: una proposta paradossale. Si potrebbe dire: le università pubbliche costano molto meno. Sarei curioso di sapere quanto costa realmente un laureato italiano. Non soltanto ai genitori ma ai contribuenti. Tutti noi paghiamo per un’università che produce i laureati più vecchi del mondo. Ventinove anni è l’età media del primo appuntamento con il lavoro dei nostri dottori. Arrivano (quando “arrivano”, perché abbiamo anche il primato degli abbandoni), ma sei anni più tardi dei loro colleghi europei. Partono alla stessa età ma la loro corsa è lunga mediamente 8 anni. A questi bisogna aggiungerne due o tre, mediamente, per trovare lavoro. Abbiamo mai veramente riflettuto a quanto costa l’Università a una famiglia italiana che, rispetto ad una inglese o olandese, deve sostenere il figlio per sei anni in più? Che aspetta 10 anni prima di vedergli guadagnare il primo euro? E quanto vale un anno della vita di un giovane? Qual’è il risarcimento che si dovrebbe equamente prevedere per ogni anno di ritardo nell’iniziare la propria carriera? E quanto per compensarlo delle umiliazioni e dell’inutile stress per sfuggire al triste destino di alimentare il fenomeno chiamato “mortalità universitaria”? Con il 70% di abbandoni il Bel Paese è da anni classificato maglia nera nel mondo. Paradossalmente, questo sistema, così com’è, colpisce proprio le classi meno abbienti che, più delle agiate e ricche, ha bisogno della preparazione per emergere. E quanti una volta laureati, non trovano lavoro? Credo che tutti noi abbiamo la risposta. Se volessimo considerare soltanto i 750.000 fuori corso, tanti sono gli studenti universitari italiani che hanno superato la durata normalmente prevista per completare il corso di studi, il costo sociale di questo ritardo è di oltre 7 miliardi di euro. Aggiungete i fitti figurativi (perché non li pagano) degli edifici, il costo degli impiegati, dei professori, delle utenze. Qualcuno ha calcolato in 120 milioni il costo di un “prodotto” finito (nel caso dei nostri laureati si dovrebbe parlare di un semilavorato, necessitando, come sanno bene le imprese, di almeno due anni di rieducazione prima di poter iniziare ad essere operativi). Ma più realisticamente, si dovrà pensare ad una cifra almeno doppia. Insomma, è materia ancora di opinione. Possiamo già affermare, paradossalmente, ma non tanto, che potremmo mandare i nostri studenti nelle Università più prestigiose del mondo, e assicurare un risparmio sostanziale ai nostri contribuenti. Non solo. Avremmo laureati pronti in quattro anni, in cinque, al massimo, ma non in otto (come accade oggi in Italia). Soprattutto potrebbero competere a testa alta, come già fanno gli studenti italiani laureati alla ESE, con i laureati delle Università di tutto il mondo per i migliori lavori dirigenziali nella grandi imprese e nelle organizzazioni politiche, sociali ed umanitarie del mondo. Potrebbero aspirare a scegliere il loro lavoro, il lavoro che sognano e non fare trafile umilianti e la gavetta a trent’anni.

Tratto da “L’Opinione”